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Deutschland und Italien: zwei Gründungsmitglieder der EU im europäischen Integrationsprozess (ital.)

Intervento di S.E.

“Deutschland und Italien: zwei Gründungsmitglieder der EU im europäischen Integrationsprozess”

presso l’Europa Institut

della Albert Ludwigs Universität

di Friburgo l’8 novembre 2007

 

Magnifizenz! Sehr verehrter Herr Rektor! (Wolfgang Jäger)

Hochwürdigster Herr Bischof Klug! (Vescovo ausiliario, in rappresentanza dell’Arcivescovo di Friburgo)

Sehr verehrte Frau Stadträtin Völki, (Consigliere Comunale, in rappresentanza del sindaco Salomon)

liebe Studentinnen und Studenten,

meine Damen und Herren!

 

Sono innanzitutto grato a quest’Università di eccellenza per l’invito rivoltomi.

Il dibattito sulle istituzioni europee è ormai alle nostre spalle: per il gennaio del 2009, i nuovi Trattati saranno entrati in vigore e l’Unione Europea potrà finalmente funzionare meglio e far fronte con maggior autorevolezza alle proprie responsabilità.

Era ora che questo avvenisse; che ci lasciassimo alle spalle le questioni istituzionali che hanno travagliato l’Europa negli ultimi sei anni.

Il mondo attraversa infatti una fase di profonda inquietudine; il nostro benessere è insediato da incertezze e minacce; nessun Paese europeo riesce, da solo, a tutelare i propri interessi; quando l’Europa è unita conta; quando è disunita diventa irrilevante.

Nell’attuale fase dell’integrazione europea, Italia e Germania possono svolgere un importante ruolo di pungolo. La complementarità è connaturata alla storia dei rapporti italo-tedeschi; è esemplare in un’Unione che non è mera tecnocrazia, che si vuole ben di piú di una aggregazione volenterosa di Stati.

Il progetto europeo è stato messo in ombra dal lunghissimo dibattito costituzionale sul funzionamento delle istituzioni e dagli effetti sull’opinione pubblica dell’eccesso di regolamentazione della Commissione.

Il suo recupero è essenziale. Cercherò di spiegarne le ragioni: soprattutto a beneficio dei giovani per i quali l’integrazione europea è un processo scontato dalle lontane e quasi inaccessibili origini.

Nel tormentato panorama del XX secolo, l’integrazione europea ha rappresentato la definitiva chiusura con un passato rovinoso; l’Unione Europea costituisce il primo tentativo riuscito degli europei di organizzarsi politicamente e di unirsi, non con la forza delle armi, ma attraverso il consenso e la ricerca di una sintesi fra interessi nazionali ed interessi generali. Nulla di simile era mai avvenuto nella storia del nostro continente.

Germania ed Italia hanno fornito, generazione dopo generazione, un contributo importante al raggiungimento di questo traguardo.

Entrambi, sin dalla fondazione della Comunità del carbone e dell’acciaio, hanno sempre condiviso l’obiettivo di un’Europa unita e si sono sempre battute per raggiungerlo: lo hanno dimostrato anche durante il semestre di Presidenza tedesca, fortemente sostenuta dall’Italia, e gli ultimi tormentati mesi di messa a punto dei nuovi Trattati. 

Non vi sono altri Paesi in Europa in cui l’ideale europeo sia così profondamente radicato nella coscienza civile della nazione; in cui l’impegno per l’integrazione europea sia così fortemente sostenuto dal convincimento che, nel mondo globalizzato di oggi, non vi è altra alternativa se non quella di far coincidere interesse nazionale ed interesse europeo; non vi sono altri Paesi in Europa per i quali l’obiettivo di un’Unione politica rimanga così pienamente valido.

Questo comune impegno è messo a dura prova dalla sempre più frequente tendenza ad usare l’Europa come scudo per l’affermazione di interessi particolaristici e dalla evidente divaricazione, all’interno dell’Unione Europea, fra due orientamenti: uno favorevole al proseguimento del progetto politico unitario secondo l’ispirazione dei Padri Fondatori; l’altro tendente a circoscrivere la portata del disegno unitario ad una prevalente cooperazione intergovernativa.

Questa divisone solleva diversi interrogativi:

come è possibile attuare politiche efficaci senza istituzioni comuni?

Come possono le istituzioni essere autorevoli senza un reale sentimento d’appartenenza comune?

Come convincere le opinioni pubbliche che è nell’interesse di tutti sovraordinare ad interessi settoriali il raggiungimento di più alti interessi europei?

Questa è sostanzialmente la situazione che caratterizza l’Unione Europea di oggi; Paesi con profonde radici europeiste come Germania ed Italia l’hanno finora affrontata in unità d’intenti; non possono dimenticare di essere Paesi Fondatori della Comunità europea; hanno la responsabilità di mantenere la rotta sul perseguimento del progetto politico europeo.

Dopo 50 anni d’integrazione europea, non possiamo improvvisamente invertire la rotta; non vi è alcuna ragione per farlo: la storia è dalla parte dell’integrazione europea; rinsalda l’obiettivo di un’Unione sempre più stretta fra i popoli del nostro continente.

Anche le ragioni economiche alimentano un senso di appartenenza europea.

Con questo spirito desidero citare alcuni dati significativi sul ruolo trainante dell’euro per obbligare sempre di più l’economia a pensare in termini europei.

Ancora all’inizio degli anni novanta, la creazione di una moneta unica in Europa rappresentava una prospettiva lontana.

L’Euro ha vinto la propria scommessa. Nel corso dell’ultimo decennio – nel giugno 2008 festeggeremo i primi dieci anni di vita della Banca Centrale Europea - l’euro si è affermato come moneta di riserva internazionale; si è confermato la nostra migliore protezione contro le incertezze dell’economia globale: le turbolenze dei mercati finanziari; le fluttuazioni disordinate dei tassi di cambio; l’elevato prezzo del petrolio; è il punto di forza della trasformazione dei nostri sistemi manifatturieri per sostenere la concorrenza delle economie emergenti. 

La comunità monetaria di 317 milioni di cittadini costituita dall’Eurozona ed il mercato unico di 480 milioni di consumatori ed ancor più hanno consentito di approfondire interconnessioni commerciali e finanziarie, allargandone i benefici ad altri dodici Paesi.

Nel 2006, per effetto del processo di completamento del mercato unico, ben il 66% del commercio estero totale dei 27 Stati membri è stato di natura intercomunitaria.

A questo importante risultato proprio Germania ed Italia hanno contribuito significativamente: oltre il 62% delle esportazioni tedesche è diretto ad altri Stati membri dell’Unione Europea, da cui, a sua volta, proviene il 58% delle vostre importazioni; analogo il dato italiano: il 60% dell’export ed il 57% dell’import riguardano l’Unione Europea.

Fra i Paesi dell’Unione economica e monetaria, gli scambi di merci sono cresciuti dal 26% del PIL nel 1998 (l’anno di fissazione dei tassi di cambio irrevocabili fra le nostre valute), al 32% del PIL nel 2006.

Possiamo pertanto dire che l’Unione Europea sta diventando un blocco commerciale tanto integrato quanto lo sono gli Stati Uniti al proprio interno, senza però diventare quella “Fortress Europe” che qualche osservatore aveva temuto.

Rispetto agli Stati Uniti, siamo molto più aperti verso l’esterno. Il rapporto fra scambi di merci con l’estero e PIL è pari al 33% nell’Eurozona ed al 22% negli Stati Uniti; lo stesso vale se consideriamo gli investimenti dall’estero, il cui stock da noi supera il 30% del PIL, mentre oltre Atlantico è inferiore al 16%.

Germania ed Italia possono svolgere anche un ruolo propositivo nel completamento del mercato interno. In questo campo la complementarità dei nostri due Paesi è evidente e si qualifica in particolare per tre aspetti:

la maturità raggiunta dai nostri rispettivi sistemi manifatturieri, dimostrata dal fatto che Italia e Germania rimangono i due unici grandi Paesi dell’Unione in cui gli addetti nell’industria superano ancora il 20% della forza lavoro;

la comune specializzazione esportativa nei settori della meccanica strumentale e dei mezzi di trasporto. Spesso, sulla stampa tedesca, l’immagine del Made in Italy è ancorata ad una visione piuttosto statica dell’economia italiana: invece, la meccanica strumentale e l’automotive costituiscono oggi oltre il 40% del nostro interscambio bilaterale: spesso, i beni di investimento che la Germania esporta con successo in tutto il mondo incorporano tecnologie italiane.

la forte concentrazione regionale del nostro interscambio, fra Nord Italia e Länder meridionali: aggiungo che le principali regioni a maggiore densità industriale dell’Unione Europea si concentrano in tali aree.

I veri magneti del commercio estero italo tedesco si chiamano Baden Württemberg e Baviera: da questi due Länder provengono infatti oltre il 36% delle esportazioni tedesche in Italia (BW: 16%; Baviera: 20%), e vi giungono oltre il 45% delle nostre esportazioni (BW: 24%; Baviera: 21%). L’Italia, dopo Stati Uniti e Francia è il terzo partner commerciale, in termini assoluti, del Baden Württemberg.

La nostra vera Cina l’abbiamo alle porte di casa! Solo nel solo primo semestre del 2007 l’Italia ha venduto nel Baden Württemberg merci per un valore di poco inferiore a tutte le nostre esportazioni dirette alla Cina in tutto l’anno 2006.

La collaborazione italo-tedesca ha raggiunto un elevato grado di maturazione anche perché è stata sempre sostenuta da una forte volontà politica.

Essa deve stimolarci a fronte delle prossime sfide: La ratifica dei Trattati emendati da valorizzare presso le opinioni pubbliche; l’aggiornamento di politiche necessarie a rendere più coesa l’Unione.

Sono sempre più convinto che l’impegno dei Paesi impegnati nel far progredire il progetto europeo vada accompagnato e stimolato, affinché possa superare interessi corporativi, egoismi che tanti danni hanno inferto all’Europa, a partire dal Consiglio Europeo di Nizza.

Il XXI secolo può essere veramente l’ora dell’Europa a condizione che ci si convinca tutti che possiamo riuscire solo se uniti e solo con il coinvolgimento di tutti.

Le Università, le istituzioni culturali, i media possono fare molto per consolidare intorno al progetto europeo non solo l’adesione delle elites ma anche l’appoggio del vasto pubblico.

Non sono necessarie iniziative spettacolari, non c’è bisogno di andare sulle piazze. Basta ravvivare l’idea europea, diffondere la convinzione che un’Europa forte tutela gli interessi dei cittadini europei, innanzitutto quelli economici quando rischiano di essere sacrificati dalle politiche aggressive di Paesi extraeuropei.

Occorre mobilitare risorse in progetti utili che tutti possano toccare con mano, reclamare a gran voce gli strumenti di cui l’Europa ha bisogno per agire con autorevolezza nel mondo; comprendere che la difesa della pace o la tutela dell’ambiente non sono divisibili fra i 27 Stati membri; inquadrare il necessario pragmatismo che fa progredire l’Europa in una visione ideale.

Ogni cittadino avveduto può farsi carico della responsabilità di spiegare che non si può vivere in Europa senza la consapevolezza che il futuro di tutti gli europei è legato al successo dell’Unione Europea: solo nell’ambito d’interessi europei condivisi si possono costruire politiche innovative e progetti concreti.

Non abbiamo altri strumenti per difendere il nostro modello ed il nostro modo di vita che non hanno eguali nel mondo e che molti ci invidiano, e per promuove un sistema di valori congeniale con le tradizioni della civiltà europea.

Non è vero, come sostengono molti inglesi, che tra la globalizzazione e la nazione non esistono realtà intermedie. L’Unione Europea appartiene ad un corso provvidenziale di eventi che ha interrotto, per sempre, un ciclo di rovinosi conflitti e che ha consentito di costruire nel vecchio continente un sistema di vita incardinato nella pace, nella democrazia, nella libertà, nella prosperità. L’esistenza stessa dell’Unione Europea è la dimostrazione che non si vive di solo pane: tutti abbiamo bisogno di sogni, di speranze, di ideali.

Germania ed Italia non possono far progredire l’Europa da sole; sarebbe però un errore sottovalutare la capacità di animazione, di stimolo che i nostri due Paesi esercitano sul processo d’integrazione europeo e, in particolare, sul traguardo che ci siamo posti, decenni orsono, di arrivare ad una vera e propria unione politica fra i popoli europei.

Un blocco composto da 140 milioni di persone, sostenuto dalle opinioni pubbliche e dalla grande maggioranza delle forze politiche rappresentate nei nostri parlamenti, costituisce una forza d’impatto di non poco conto.

Ho parlato di politica, di economia.

Sono però convinto che il filo rosso del discorso europeo sia soprattutto la cultura.

Credo che dobbiamo recuperare la consapevolezza di un’appartenenza comune: essa è parte integrante della storia europea; se ne trova riscontro nelle comuni radici grecoromane, nell’eredità del cristianesimo, del diritto romano, dell’umanesimo, delle scienze, dell’illuminismo, dei diritti dell’uomo, della solidarietà.

Per secoli, grazie a queste certezze, gli intellettuali e le Università europee sentendosi a proprio agio ovunque, hanno intrattenuto un fitto intercambio culturale e scientifico. Dante, Goethe, Proust, Shakespeare, Tolstoi appartenevano a tutti. Ne deriva che porre la cultura al centro della vita europea è una precisa responsabilità.

Non a caso, anche sulla cultura il rapporto fra Italia e Germania è particolarmente stretto ed intenso. Senza cultura infatti l’Europa sarà terra di conquista per i tanti profeti di svariate credenze che, con il pretesto di propagare la loro saggezza,  inculcheranno nelle società modelli di vita che non avranno nulla a che vedere con il caposaldo di civiltà dell’Europa espresso dell’Umanesimo e del Rinascimento italiano: il diritto delle persone contrapposto al diritto sulle persone.

Vorrei concludere sottolineando un aspetto di carattere generale che ha sempre avuto, in Germania e in Italia, dei fedelissimi interpreti: la necessità di mantenere un rapporto di rigorosa coerenza tra obiettivi di progresso europeo chiaramente identificati e l’attuazione delle politiche indispensabili al loro compimento.

L’Europa delle comuni radici culturali, della moneta unica e del Trattato di riforma ha un’esigenza fondamentale: l’approfondimento della propria coesione interna attorno a finalità e strategie unitarie corrispondenti ai comuni interessi di tutti gi europei.

La prossima estensione dello spazio Schengen a nuovi membri costituisce un esempio della concretezza e della continuità nelle politiche e di cui l’Unione Europea ha bisogno e per cui Italia e Germania continueranno a lavorare in stretta unità d’intenti.